La superficie terrestre e i mari sono invasi dai rifiuti prodotti dalle attività dell’uomo.

I rifiuti sono direttamente collegati all’attività antropica: più PIL produciamo, più rifiuti vengono prodotti.

Un vecchio adagio dice che “i rifiuti sono un errore di design”. I rifiuti si generano durante i cicli di produzione come sottoprodotti di questi cicli e, a fine vita, anche il prodotto stesso diventa un rifiuto.

Anche lo Spazio non fa eccezione, purtroppo, e incomincia ad essere invaso dai rifiuti, i detriti spaziali.

Quelli che sono in orbita e che sono stati catalogati, tipicamente più grandi di 20 cm, sono circa 9000. In un report dell’ESA si stima che il numero totale sia molto maggiore, esistono decine di migliaia di oggetti di dimensioni inferiori, dai 10 cm fino a 1 cm. E, secondo il modello Master dell’ESA (1996), addirittura parecchi miliardi di oggetti minuscoli, tra 0,1 mm e 1 cm.

Anche se di dimensioni ridotte, bisogna tenere presente che questi oggetti rappresentano un problema. Si pensi ad una potenziale collisione con satelliti operativi, che avrebbe luogo a una velocità relativa elevatissima: circa 10 km/s, nel caso di una collisione in orbita bassa. A questa velocità, una particella di solo 1 grammo equivale a un’automobile lanciata in corsa: l’effetto è facilmente immaginabile.

Questi detriti hanno natura molto eterogenea: scaglie di vernice, frammenti di circuiti elettronici, frammenti di acciaio, di alluminio, di titanio.

Dei quasi 9000 oggetti catalogati, circa il 22% sono satelliti ormai non più funzionanti, la maggior parte dei quali per uso militare. Fino a qualche anno fa si lanciavano in orbita i satelliti, ma non ci si preoccupava di che cosa farne a fine vita. Restavano per sempre nella loro orbita. Ora, sulla base di un accordo internazionale, si è deciso di programmare, nella fase di design delle missioni, anche il fine vita del satellite. Un ulteriore 17% è costituito da stadi propulsivi di razzi, che vengono rilasciati nella fase finale di un lancio. Circa il 13% è costituito da elementi che si usano normalmente sui satelliti artificiali: bulloni, coperture termiche, ma anche semplicemente scaglie di vernice che si sono staccati dalla superficie esterna del satellite.

E infine, il 43% è costituito da frammenti dovuti a circa 150 esplosioni e a pochissime collisioni, 2 o 3. La maggior parte delle esplosioni sono esperimenti militari statunitensi o russi, tesi a mettere a punto armi anti-satellite.

Questi test erano stati sospesi fino allo scorso 15 novembre, quando, come riportato dalle principali testate nazionali ed internazionali, la Russia ha deciso di lanciare un missile contro un suo vecchio satellite-spia, riducendolo in tanti pezzi, piccoli e grandi, si stima 1500 frammenti, producendo in pratica uno sciame di proiettili vaganti.

Proiettili che hanno messo in pericolo anche la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) tanto che gli austronauti sono stati costretti dopo lo scoppio ad rifugiarsi un paio di volte nelle capsule di sicurezza.

Anche la missione Solar Orbiter, che abbiamo contribuito a mettere in orbita, ha rischiato la collisione con questi nuovi detriti. Lo scorso 27 Novembre, infatti, ha transitato vicinissimo alla Terra, nella cosiddetta low Earth orbit, prima di dirigersi verso il Sole, incrociando le due regioni in cui orbitano la ISS e le migliaia satelliti artificiali, nonché dove ruotano gli innumerevoli detriti spaziali.

Dmitry Rogozin, capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos ha più volte avvertito che le sanzioni occidentali stanno mettendo a rischio la ISS che, senza i sistemi russi, potrebbe subire “un deorbit incontrollato”. Quindi la guerra in Ucraina sta avendo conseguenze sulla pianifiazione delle attività nello spazio (approfondimento su Wired).

Senza entrare nel merito della opportunità di prepararsi ad una futura battaglia stellare, emerge con chiarezza che introdurre i principi dell’economia circolare nel settore spaziale è diventato sempre piu una priorità, per evitare che a causa dei detriti lo Spazio possa diventare un posto così pericoloso da renderlo ancora più inacessibile. La gestione dei detriti spaziali rientra, a pieno titolo, nel più ampio dibattito sulla sostenibilità delle attività spaziali.

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